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Domenico Stromei - il Ciabattino 1809-1883
Tocco Da Casauria Chieti Abruzzi Italia


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Domenico Stromei, il poeta-ciabattino, nacque a Tocco il 28 novembre 1809, da genitory poverissimi, in una umile casetta annerita dal fumo e dagli anni. Imparo` a trasformare in versi la sua vena poetica, illuminata dai piu` nobili ideali: Dio e famiglia, Patria e lavoro.

Lavoro` da calzolaio fino alla sua morte avvenuta, all'eta` di 73 anni, il 3 maggio 1883.

Fra tante liriche composto da Domenico Stromei, riportiamo quetsi versi tratti dall'Ode al Poeta Regaldi.

AL POETA REGALDI


in accasione della sua visita

Qui dove la rabbia d'un fato rubello

Dannommi a trattare la scuola, il martello, Lo spago, la pece, io stavo ristretto
Seduto al deschetto,

pensoso ed afflitto, la lesima urtando,
E scarpe e ciabatte con duol rattoppando,
Per dare alimento, tra` pianti e sbadigli,
Ai cari miei figli.

Cosi travagliato dai crucci del giorno,
Soffriva le smanie che avevo d'intorno,
Sdegnanto la luce del di che finia
Nell'Ave Maria.

IL DESCHETTO

IL CIABATTINO


Di mio padre ciabattino
Ciabattin fui fatto anch'io
Mi sommissi al mio destino
Volli bene al mestrier mio
Fu la lesima e il martello
La mia eredita`
Il tesor del poverello
E il tesor dell'onesta.

Io no bado a chi mi attornia
Predicando I monti d'oro;
Da per tutto e` california
Per chi attende al suo lavoro.
Finche` seggo almio dechetto,
Non invidio un trono a un Re;
Avro` caro il mio trincetto,
Finche` l'uomo avra due pie`.

Se il mio povero mestiere
Mi da` il pan che mi bisogna,
Delle man callose e nere,
Del grembial non ho vergognia.
Forse quei che'l mondo fece
Guarda i panni e non il cor?
Oh! le macchie delle pece
Non ci macchiano l'onor.

Il mestier che disonora
E il mestier di non far niente;
Chi piu suda e piu` lavora
Vive ancor piu` allegramente.
Fra stivali, fra ciabatte
L'allegrezza io trovero`;
Col martel che batte batte,
I miei canti accordero`.

Campero` soletto, oscuro,
Nella piccola bottega;
Lo star solo e` piu sicuro
Che lo star con molti in lega.
La mia vita e piu gioconda,
Quanta e` piu la volluta`;
Forse alcun che d'oro abbonda
La mia sorte invidiera`.

La scherzosa compagia
Sol mi piace ai di di festa;
Ma non vado all'osteria
A comprare il mal di testa.
Eh, perdinci! la ragione
M'e` piu` car che il bicchier;
Guida all'oste e alla prigione
Un medesimo sentier.

Se all'onesto ciabattino
Un centesimo rimane,
Oh! non pensa al gioco e al vino,
Ma a comprar piu` tardi il pane.
Chi piu` gode al tempo bello,
Quando e` vecchio penera`;
Ma l'industrie artigianello
Sempre un letto e un pane avra`.


Raccolte Di Poesie Svariate


L'ALBA

Ecco vaga e sorridente
Spunta l'alba in Oriente;
Sorge l'aura messaggiera
L'erbe e i fiori a carezzar;
L'aspettata primavera
Riede il mondo a ravvivar.
Gia` le amanti pastorelle
Con le miti e bianche agnelle,
Fan ritorno ai prati erbosi
Ad ornarsi il crin di fior,
E di canti armoniosi
Mandan laudi al Creator.

LA CAPARBIETA`

Al primo entrar d'un rigido febbrajo,
Io vidi un pecoraio
Presso l'erbosa riva d'un torrente,
Il gregge pasclar sbadatamente.
Oh! misero quelui che nel periglio
Non ascolta ragion, non vuol consiglio!
Per I soli caparbi sulla terra
Si piange sempre e si sta sempre in guerra.

ALLA FORTUNA

Fabbra d'inganni, di baglior coverta,
Chinisi a te e quell'anima cadarda,
Ch'invidia, astuta, avara ed infingarda,
Fonda il suo amor nella tua fede incerta.

Scaglia sul capo mio saette e strali,
Sfrena pur l'arco avvelenato, infesto.
Ch'io stimarti sapro` per quanto vali.

A S.M. LA REGINA D'ITALIA

E intanto ti piaccia la franca favella
Di chi della falde del monte Majella,
Un inno ti sacra con alma giuliva,
Un plauso un avviva.

Questa poesia venne fatta da Stromei nel Febbraio del 1882 cioe` a 73 anni quanto il suo astro avrebbe avuto essere spento per I disinganni provati dai potenti d'ingegno e di ricchezze che dopo averlo esalto con larghe promesse, fattogli una qualunque elemosina, l'abbandonarono.

La nostra amatissima Regina accolse quella poesia e mando` all'infelice un largo soccorso. Chi sa che cosa non farebbe se conoscesse che egli e sempre un miserabile, per essere stato sempre tenace nella virtu` sdegnosa e fiera.

UN PAZZARELLO CHIAMATO ALGERINDO

Son Algerindo,
Che quando parlo,
Il Magno Carlo
Ne tremera`.

Al fischio, al lampo
Della mia spada
Ogni contrada
Paventera`.

Sono si caldo
Sono si forte,
Che sin la morte
Mi tenera`.

Se monto in furia,

Se rizzo I baffi,
L'orbe di sciaffi
Rintronera`.

Chi non mi placa
Colla bottiglia,
Sette, ototto miglia
Scapar dovra`.

Di mia fortezza
Di mia bravura,
L'eta` futura
Ragionera`.

Sono, e men vanto,
Contr'ogni attacco
Il Caio Gracco
Di nostra eta`

Agli occhi miei
Gli eroi novelli
Da zeta e za.

Chi no lo crede
Mi venga in faccia,
Che la borraccia
Ci pensera`.

IN MORTE DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX

SONETTO

Quell'angiolo d'amor,
quel sommo Pio,
Quel divo Sol che l'orbe illuminava;
Cui dal cielo Maria si svelava,
E del suo Nome l'universo empio;
Ei che pel primo il sacro labbro aprio;
E Italia a vera liberta` chiamava;
Che tradito qual Cristo, perdonava;
Lascio la terra, e fe` ritorno a Dio.
Egli che regolar l'almo naviglio
Seppe nella tempesta, e rese vano
De' traditor, de vili il reo consiglio,
Ora a spavento del calcato inferno,
E a difesa immortal del Vaticano,
Siede in cielo a regna col Verbo Eterno.

Toccolano Paisano