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DOMENICO STROMEI 1809-1883

Dopo molti anni da quando videro la luce i "Versi Postumi", ed altre pubblicazioni di Domenico Stromei, raccolte a cura della nipote Maria Stromei, vengono ora date alle stampe queste poche "Poesie Sparse" delle quali alcune sono note altre inedite. Questa ristampa, che non ha alcuna pretesa letteraria, varra` a far rivivere il nome e la memoria del poeta ciabattino.

DOMENICO STROMEI


After many years from when they saw them in light "Posthumous verses", publications of Domenico Stromei, and collections cared by the grandaughter Stromei Maria, these little "scatered poetries" which some are notes others unedited are given to the press.

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PREFAZIONE

Nel 1842, in cui misi a stampa per esortazione del molto Reverendo Padre Luciano da Castelnuovo di Lanciano, Provinciale dei Minori Osservanti, le mie poesie dell'eta` giovanile, di quella ridente eta` del mio innato strapotente amore per la mia Teresa, mi vidi onorata D'allora in poi da frequenti visite distinti uomini per altezza di rango e per vestita` di sapere.


A voi, cuori benevoli, fatti dalla natura per non andar sperduti tra la folla degli animi volgari, io vengo in questa eta` canuta di settantadue anni, a presentare per l'ultima volta alcune mie poesie vecchie e nuove, onde possiate meglio conoscere la mia buona volonta` nell'amare che ho fatto svisceratamente il bello sin dalla mia piu` tenera fanciullezza, e nel tempo stesso la ingratitudine del mondo. Permettetemi a dunque queste quattro parole di preambolo, e siatemi largo del vostro benigno compatimento.
E` noto ormai ad una gran parte d'Italia, ch'io per deficienza di mezzi dovetti in mia fanciullezza terminare tutto il mio studio col compitare il Libro delle Vergini, e che poi dovetti imparare a leggere ed a scrivere da me. E` noto parimente che, avendo sortita dalla natura una vena poetica, scrissi nella mia primaverile eta` dell'amore un libro di poesie svariate, eroiche, elegiache amorose, bernesche, d'ogni metro, d'ogni genere, che poi nel 1842 furono fatte di pubblica ragione pe` tipi del Sig. Velle in Chieti, per isprone ed incitamento del molto Reverendo P. Luciano da Castel-Frentano, allora ministro Provinciale de` Minori Osservanti. Il libro fu intitolato - Saggio poetico di Domenico Stromei di Tocco - e ne furono tirate 750 copie, che in pochi mesi furono smerciate per intero, (senza restarmene neppur una per me) e mi ci buscai cento ducati netti. Il mio nome allora si allargo` per gli Abruzzi, e giunse sino a Napoli, dove quelle mie poesie furono annunziate con lode al chiarissimo Direttore del periodico mensile intitolato: - I Giornali Abruzzesi - Sig. D. Pasquale de Virgiliis. La curiosita`mosse gli uomini di vicino e lontane parti a visitarmi nelle mia povera ed oscura botteguccia, affina di verificare ocularmente se poteva darsi che un digraziato ciabattino, senza verun principio di rudimenti, giungesse a scrivere correttamente ed a poetare da non ignobile poeta. Un tal successo formo` l'ammirazione generale, ed io rialzato il mio coraggio, e sentendomi agitato veementemente da una divorante febbre poetica, e sentendomi prepotendemente dominare da una specie di acculta divinita`, midiliberai di scrivere un'opera di piu` lunga lena; ma per quanto potetti luminare e lambiccarmi il cervello a trovare un argomento degno di un poema eroico per lospazio di tre anni mi affaticai indarno a riuscirci. Finalmente, sul cadere del 1845, una impensata casualita` me ne porse il destro. Portandomi un di a questo vicino Convento de` Cappuccini per affari di lavori di sandoli, m'imbattei cola` con uno di quei Sacerdoti, tal P. Raffaele da Palombaro, (Abruzzo Chietino) mi saluto` con molto garbo, e mi diede il nome di poeta . Cominciammo a discorrere e stringemmo tosto una familiare amicizia. Poi mi usci a parlare di storia. Mi cito` alcuni tratti di valor militare del grande Alessandro, e ne restai ammirato. Gli domandai del libro che riportava le luminose azioni di quel glorioso Conquistatore, e mi rispose, che qualora avessi voluto leggerlo, poteva improntarvelo, trovandosi ad averlo egli stesso. Io non ebbi altro che sentire; ed egli mi diede un volume di gran mole, intitolato: - Storia universale di Giovanni Iarcagnota.
Lo mi riportai in casa, e mi diedi a leggerlo avidamente le intere notti di circa due mesi. Tra le cose che mi andarono a sangue, fu il tramoroso trionfo de` Sanniti su` Romani ridotti a passare sotto il gioco delle Forche Caudine. In riflettere al patrio valore ed all'altro spirito d'indipendenza dei nostri maggiori, m'indignai terribilmente contro tutti i grandi poeti abruzzesi delle antiche e moderne etati, che` non si erano commossi a trattare un tanto altissimo argomento con le loro penne. E gridai indispettito tra me; Io ciabbattino, povero, senza studio, senza saper che sia Grammatica, senza intendere che significhi il nome di Vocabolario, ch'io sento nominare e che non ancora mi si fa vedere; io, io scivero` un poema di nuovo sonio, a scorno loro. - E infiammato di un fuoco sacro, mi diedi a srivere colla costanza dei Santi Martiri, e nel corso dell'anno 1846 scrissi un poema di sei lunghi canti in ottava rima, (il sesto ed ultimo canto composto di 150 ottave) e nel 1848 vide la luce in Chieti pe` tipi Francesco del Vecchio, con una magnifica prefazione del chiarissimo letterato e poeta. Il Dottore D. Gianvincenzo Pellicciotti. La prima copia la mandai al Sig. Luigi March, Dragonetti di Aquila, allora ministro delgli Esteri in Napoli, il quale mi rispose con lunga e bellissima lettera, diede grandi lodi, mi mando` una doppia di oro di ducati sei, mi chiese altre due cupie ed una mia supplica da presentare al Ministro della Pubblica Istruzione, e mi dicea di domandargli un sussidio sul Fondo di Soccorso ai letterati poveri, che` sarebbe stata sua cura di presentarla e raccomandarla, lo gli spedii il tutto immediatamente, ed apersi il cuore a mille rosee speranze. Alcuni giornali napoletani lodarano a cielo le mie Forche Caudine. Vennero a visitarmi letterati da tutte parti, e sin dall'alta Italia.
Venne a trattenersi meco nella botteguccia per due giorni il Duca di Fragnito, e divenne in seguito il mio costante mecenate sino alla sua morte. Alcuni giorni dopo la visita di quel beneficentissimo Duca, (a richiesta del quale feci una compita ode in metro cavalcante, e glie la declamai a memoria nella gran sala di ricevimento tra una folla di distinti gentiluomi Toccolani e Napoletani che mi applaudirono insieme col Duca che d'allora mi divenne amico e benefattore perpetuo), venne a visitarmi il famoso poeta estemporaneo Giuseppe Regaldi di Novara con un seguito di Signori Chietini e di altri paesi. Egli era di statura piuttosto alta; di volto maestoso e ben colorito; avea il crine di un colore aureo sfumato, ed una voce forte e sonora. Egli entro`; io mi levai in piedi; ed lei si assise nella mia sedia-deschetto, e mi disse: Fammi sentire qualche tua nuova poesia. Ed io, incoraggiato della sua scioltezza, gli declamai a mente e con piena comica e gesticolazione l'Ode del Duca. Egli allora si rizzo` della mia sedia, mi si fece accanto con grande entusiasmo; io feci forza per baciarlgli la mano, ed egli mi abbraccio`, e mi bacio` e ribacio` piu volte in faccia, e poi si riassise alla mia sedia, e volle da me sapere il nome di tutti gli stigli (ordigni) del mio deschetto. Era l'ora dell'Ave Maria; e, rizzatosi dalla mia sedia, volle ribaciarmi, e mi disse : Noi ci rivedemo anche domani. E si dicendo se ne sorti co' suoi compagni di viaggio, e non volento tener l'invito del Sig. D. Vincenzo de' Baroni Filomusi, (oggi vivente) il quale voleva ospitarlo nel suo palazzo, gli piacque alloggiare in questo Convento de' Cappuccini. La mattina torno` da me, e si trattenne meco da circa tre ore in piacevolissima conversazione. Nel mentre che licenziavasi, gli strisi la mano e glie la baciai. Egli mi disse con voce severa: Non fai bene. Mi ribraccio`, e se ne riparti per Chieti colla la sua compagnia. Quella visita del Regaldi mi fu di si tenera commozione che m'inebrio` l'anima di contendezza e mi ubbriaco` d'un estro non mai sentito in vita mia. Fui preso come per i capelli da una forza irresistibile; misi da lato ogni pensiero di scarpe; presi il calamaio e la penna, e scrissi delirante di un sol fiato un'Ode in doppio senario, la intitolai - La visita di Regaldi - e gliela inviai immediatamente a Chieti. Egli mi rispose una lunga ed affettuosissima lettera, e mi dicea tra le molte cose: Io non so se sia piu` ammirabile la grandezza del vosto cuore, e l'eccellenza del vostro ingegno. Tuonate, ed ammaestrate gli uomini sperduti tra la folla, la Demecrazia non avra` il suo pieno trionfo sin che gli Stromei si travagliano tra le lesime e le ciabatte - ecc. ecc. Quell'Ode fu applaudita generalmente; e il giovane traduttore illustre di Cornelio Nepote, Ferdinando Vercillo, figlio del Barone Vercillo di Calabria, allora Intendente di Chieti, volle da me notizie della mia vita, e ci compose un opuscolo, riportandovi lunghi brani di quella mia Ode, e lunghi squarci di altre mie poesie, facendovi pure onorata menzione delle mie Forche Caudine; e in ultimo riporto` per intero il mio cenno biografico in quell'opuscolo; il mise a stampa in Napoli, e il dedico` al Ministro Roberto Savarese. Quel carissimo Ferdinando volle stringer meco un perenne carteggio, e in ogni sua lettera mi faceva sperare un prossimo sussidio governativo. L'istesso mi assicurava per lettere l'mmortale Marchese Dragonetti. Il buon Regaldi avea scritto un forte articolo in mia lode, per farlo publicare ne` giornali; e tutti mi idolatravano.
Un favorevole vento per me allora spirava da per tutto, e la sdrugita navicella della mia vita solcava a gonfie vele il placido mare della speranza. Ma quando io mi credea prossimo a toccare il porto, un turbinoso vortice di terrore mi risospinse in fondo al pelago della sventura. Re Ferdinando II die' quel tremondo colpo di Stato del 15 Maggio, che tutti sanno; e addio le mie speranze di un sussidio!... E quindi m'ebbi la delizia di una domestica perquisizione!... M'ebbi dappoi anche il piacere di ricevermi da un don Chisciotte in soprabito il nome di riscaldato. Dovetti in seguito vedere tanti profumati spezzacatenacci che, nel primo brillare del sole di quel romoroso QUARANTOTTO, si spacciavano per tanti Scipioni Africani ed Uticensi Catoni, e dopo il 15 Maggio, si rificcarono a guisa di Lupi la coda sotto il ventre... Dovetti in fine avere il dolore di esser chiamato dal Sindaco e dal Giudice supplente di Tocco, che per ordine del nuovo Ministro dell'alta polizia mi si ordinava una copia da spedire in Napoli. Ed io, ad onta che essi mi dicessero. che s'io volea, potea rispondere che copie di quel mio poema non ne erano in Tocco, risposi loro: - Ecco la copia, e speditela al Ministro -; e la copia fu spedita, e rimase ammortizzata a quel Dicastero. D'allora feci voto di non voler mai piu` vedere la piazza di Tocco, e non l'ho vista mai piu`, e d'allora men vivo romito nella mia solitudine, sapendo bene che ne` tempi di chiacchiere e di corruzione, non v'e` pel genio scuola migliore della solitudine. ...Intanto, non mi perdei di coraggio di fronte all'invidia dei vili; scrissi un opuscolo di nuove e svariate poesie, vi misi innanzi ad esse La Visita di Regaldi, e nel 1851 le feci di pubblica ragione pe` tipi di Del Vecchio in Chieti; ne feci tirare 500 copie, e non mi bastarono. Nel 1854 ne dovetti fare un seconda edizione nella tipografia del Sig. Grossi in Aquila, e le smerciai per intero. Quella visita di Regaldi incontro` la simpatia generale. Delle altre poesie che faceano compagnia furono lodate quale piu` quale meno; ma quell'Ode (al dir del Metastasio) - ando` sempre sulle staffe; anche le poesie hanno la loro costellazione-, Fu ristampata per la terza volta nel 1857, dall'istesso Sig. Grossi di Aquila, unitamente alla mia - Cantica di Riconoscenza - (poema di 20 canti in terza rima) insieme con una raccolta di poesie varie. Ed ora, che sto sui 72 anni, voglio per la quarta ed ultima volta farle riveder la luce in compagnia di alcune poche altre mie composizioni e serie e bernesche che, sotto lo sterminato peso di tanti lustri, ho scritto ad intervalli, cioe` in qualche momento che mi e` riuscito di rubare alla storia che sto scrivendo sulla mia romantica vita, (e che mi trovo oramai presso i 400 capitoli) affine di ripetere col buon Metastasio.
Sfogati, o ciel tirano
S'hai fulmini per me,
Che` oppressa ancor non e`
La mia costanza

Toccolano Paisano